Novus aut Vetus Ordo ?
Osservo con vivo interesse e da lungo tempo i movimenti che si svolgono all’interno della Chiesa Cattolica sul tema della liturgia antica e forma straordinaria del rito.
Il desiderio di comprendere i miei tempi, mi ha portato ad organizzare un lavoro di ricerca e sintesi di documenti storici con interviste spesso informali che ho avuto modo di fare quotidianamente essendo a contatto con il clero non solo della mia diocesi . Pertanto quello che segue è un mio tentativo di comporre il mosaico storico, piuttosto che un documento attraverso il quale intendo prendere le parti di una corrente invece che l’altra.
La mia curiosità fu destata un paio di anni fa dalle reazioni contraddittorie che notai sul volto e nelle parole di molti religiosi , quando decisi di presentare la mia prima casula ed il mio primo piviale.
Taluni definivano questi come paramenti “eccessivi”, degni solo di un Vescovo o di un Cardinale, come se la messa celebrata da un sacerdote “normale” fosse meno importante, come se indossare una casula degna, importante servisse a dar lustro alla persona del celebrante e non a rendere omaggio al Cristo presente nella celebrazione. Taluni furono ancor più duri, giungendo a definire quelle come opere “pornografiche”. Fu un colpo inaspettato.
Ma a rincuorarmi intervennero anche tanti altri sacerdoti che complimentandosi, mi invitarono a non mollare, a lavorare su paramenti importanti, degni, in un periodo in cui la massificazione della produzione industriale ha portato un livello di sciatteria insopportabile anche nell'arte sacra.
E tra coloro che ritenevano che io fossi sulla strada giusta, vi erano taluni sacerdoti che mi incoraggiarono a lavorare anche su antiche fogge tridentine, casule più corte e strette , ma che esprimessero nella loro bellezza e ricchezza quella giusta nobiltà necessaria alla celebrazione liturgica.
Mi furono chiare almeno due tendenze : una più tradizionalistica ed una non più modernista ma “semplificazionista”.
In quest’ultimo periodo noto un fermento senza pari nell'attesa del decreto attuativo del Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, con il quale l’attuale Pontefice ha reintrodotto la piena liceità della Celebrazione eucaristica secondo la forma rituale del Messale promulgato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII, andando ad abrogare in questo modo le norme contenute nelle lettere apostoliche Quattuor Abhinc Annos ed Ecclesia Dei Adflicta di Giovanni Paolo II.
Quale la causa di questo fermento ? L’attesa per un passo decisivo verso una normalizzazione definitiva del rito antico ed i timori richiamati da molti circa il rischio di un possibile annacquamento del decreto stesso.
E se il decreto risultasse annacquato il rischio sarebbe quello di vedere consegnata una ritrovata liturgia antica intesa solo come mera concessione ai tradizionalisti in quanto portatori di una “sensibilità” speciale.
Non è un mistero che soprattutto il clero del nord europa abbia guardato con diffidenza a quello che ai loro occhi è apparso come una sorta di tentativo di delegittimazione del “Novus Ordo Missae” introdotto nel 1969, atto tanto più pericoloso se visto nell’ottica di una potenziale minaccia alla comunione dei fedeli attorno ad un unico Rito.
Il confronto interno alla Chiesa di Roma è tra due correnti , una progressista uscita “vincitrice” dal Concilio Vaticano II e una più tradizionalistica che auspica la reintroduzione dell’ultima “editio typica” del Missale Romanum promulgato nel 1570 da San Pio V.
Ho letto più di un articolo giornalistico in cui il confronto viene descritto come uno scontro "manicheo" tra la messa post conciliare e quella tridentina tra conservatori e progressisti.
Ma quali le argomentazioni apportate dai sostenitori del rito antico?
In realtà ciò che i sostenitori del “Vetus Ordo Missae” rimproverano al “Novus Ordo” è essenzialmente un allontanamento teologico da alcuni principi millenari.
In questo senso trovo condivisibile quanto affermato in una recente intervista da don Niocla Bux quando sottolinea ad esempio:
“che la logica che ha seguito il riordino della liturgia dopo il concilio Vaticano II ha portato a semplificare l’offertorio, perché si riteneva che ci fossero più formule di preghiere offertoriali ; così facendo si introdussero le due formule di benedizione di sapore giudaico, è rimasta la secreta diventata preghiera “sulle offerte” e l’orate fratres e si ritennero più che sufficienti. Per la verità questa semplicità, vista come un ritorno alla purezza antica, configge con la tradizione liturgica romana, con quella bizantina e con le altre liturgie orientali e occidentali. La struttura dell’offertorio era vista dai grandi commentatori e teologi del Medio Evo come l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, che va ad immolarsi in offerta sacrificale. Per questo le offerte erano già dette “sante”, e l’offertorio aveva una grande importanza. “
Egli continua sottolineando per esempio la necessità di ritornare all’impiego della croce sull’altare, che sia visibile, che sia il centro prospettico dell’aula liturgica verso la quale volgeranno lo sguardo non solo i fedeli ma anche il sacerdote.
Allo stesso modo deve riguadagnare il centro anche il Tabernacolo mentre non deve esserlo il celebrante.
Ed ancora, in molti contestano al tendenza a sminuire il valore dell’altare che diventa solo “mensa” , l’uso di una formula consacratoria che si presenta più come racconto storico che riattualizzazione della Consacrazione proferita da Cristo.
Sostanzialmente ciò che principalmente si contesta al “Novus Ordo” è una fondamentale deriva verso posizioni quasi riformate che finiscono per negare soprattutto la Presenza divina nel corso della celebrazione e la sacralità della consacrazione sacerdotale a favore di una liturgia personale e “fai da te”.
Non solo. Se partiamo dal presupposto che la Liturgia per sua stessa natura divina , in quanto tale si regge su un codex stabile che è propriamente “un diritto divino” , ci rendiamo conto del fatto che ogni intervento tendente a rendere la celebrazione “creativa” ovvero piegata ai gusti del sacerdote o della comunità, finisce per diventare idolatria, nel senso vero del termine ovvero fatta a nostra immagine.
Ma il ritorno al Vetus Ordo, è un bisogno “complessivo”, ovvero il bisogno di ritornare a forme anche artistiche più consone. Di qui la contestazione dello svilimento dei paramenti, prodotti in tirature industriali e che di artistico hanno sempre meno. Ma anche il ritorno ad un’architettura coerente e che non sia mero esercizio estetico, il ritorno al canto e alla musica sacra come strumenti che consentano di ridare valore al “Mistero” eucaristico.
Storicamente c’è da dire che subito dopo il Concilio Vaticano II da più parti si levarono manifestazioni di dissenso verso il Novus Ordus e molteplici furono gli interventi per consentire l’utilizzo della lingua latina e l’uso del canto gregoriano tanto che con la Bolla di indizione del Giubileo del 1975 Paolo VI accennò alla necessità di riesaminare criticamente le varie sperimentazioni liturgiche post-conciliari.
La tendenza ad un ammorbidimento della linea dura contro il “Vetus Ordo” continuò dopo Papa Paolo VI tanto che Papa Giovanni Paolo II nel 1980 affermò : “si deve dare soddisfazione, accogliendoli non solo benignamente e di buon grado ma anche con grande rispetto, ai sentimenti e desideri di coloro che, formati con forza secondo l’ordinamento dell’antica liturgia latina, avvertono la mancanza di questa ‘lingua una’ che ha significato in tutto il mondo l’unità della Chiesa e ha suscitato il senso profondo del Mistero eucaristico per la propria indole piena di dignità”.
Il passo successivo fu l’indulto del 1984 attraverso il quale veniva data ai Vescovi facoltà di consentire la celebrazione della Messa utilizzando il Messale Romano nell’edizione del 1962.
Non mancarono radicalizzazioni del confronto fino a vere e proprie tendenze scissionistiche culminate nelle prese di posizione di Monsignor Lefebvre e di Monsignor Castro Mayer
Nacquero la Fraternità San Pietro e la Fraternità San Vincenzo Ferrer, ordini religiosi che adottavano stabilmente il “Vetus Ordo” con tutte le note vicende conseguenti fino ai giorni nostri.
Devo però dire che in tutte le occasioni in cui ho cercato di approfondire l’argomento tra il clero della mia diocesi e non solo, non ho trovato nessun vero segnale circa una contrapposizione muro contro muro. Piuttosto la consapevolezza di dover migliorare alcune tendenze ed evitare radicalizzazioni.
Certo è viva la discussione ad esempio sull’opportunità o meno della reintroduzione del latino , poiché questa è un lingua che il popolo non comprenderebbe e rischierebbe di allontanare invece che avvicinare.
Forte anche il confronto sul significato dell’arte sacra e la tendenza alla massificazione o all’esercizio estetico strutturale di certi progettisti o artisti di grido.
Su questo vorrei soffermarmi per un istante.
Ogni stile artistico, architettonico ha il suo tempo, certo. Ma tutto ha un limite. Personalmente non mi sento un tradizionalista, ma credo che chiunque entri in una chiesa romanica , gotica o barocca di cui il nostro territorio è ricco, possa sperimentare lo stupore ed il senso mistico di quei luoghi.
Stupore che però non si prova quando si entra in certe costruzioni moderne, che di mistico non hanno assolutamente nulla , ma che pure sono state pensate da menti eccelse.
E che dire di quelle statue lignee, create dalle mani dell’uomo, vive di un’espressività incredibile, che ti inchiodano e ti coinvolgono con il loro sguardo, non equiparabili alle opere “strane” più simili a fumetti manga?
In questo credo si debba porre attenzione. Va bene l’evoluzione del gusto e dunque della liturgia , ma tutto ha un limite.
Concludo questa mia sintesi con una riflessione, mutuata da taluni sacerdoti con i quali ho avuto modo di confrontarmi in quest’ultimo periodo. Credo non ci sia nulla da temere circa la normalizzazione del vecchio messale, se siamo tutti d’accordo sul fatto che il vecchio nulla toglie al nuovo e a quanto stabilito dal Concilio Vaticano II, ma anzi può apportare nuova linfa e partecipazione. Tanto più se consideriamo che non si parla di sostituzione tra riti, ma di affiancamento regolamentato in modo puntuale .
Basterà attendere del tempo per vedere i risultati in termini di “gradimento”.

