La Chiesa chiude le porte ai mafiosi? Per un perdono senza equivoci

Era il 9 ottobre del 1992 quando, nel giorno dedicato a San Dionigi, patrono di Crotone, comincia in tutta la diocesi la distribuzione della lettera pastorale di monsignor Giuseppe Agostino, classe 1928, allora Arcivescovo di Crotone – S. Severina, Presidente dei Vescovi calabresi e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Una Lettera Pastorale dal titolo: “I sacramenti negati ai mafiosi” che aveva e che ha un forte insegnamento a combattere la mafia, in particolare la ‘ndrangheta. Mons. Agostino, dal suo pulpito, con quella Lettera pastorale ammonisce tutti spiegando che se «da oggi in poi solo se sinceramente pentiti, picciotti e capicosca saranno ammessi a ricevere i principali sacramenti. Non potranno più far da padrini nei battesimi, ne' verranno sposati davanti all' altare. E se cadranno vittime di regolamenti di conti o in peccato per aver commesso omicidio, i loro funerali saranno limitati alla liturgia della parola». 
La Chiesa, quindi, chiude le porte ai mafiosi. Fece scalpore questo monito di Mons. Agostino come oggi stanno facendo scalpore le parole di Mons. Morosini, Vescovo di Locri e dell’Arcivescovo di Cosenza Mons. Nunnari. Tutto ruota intorno al perdono. Molta gente pensa che il perdono è un sentimento, quando in verità, è un atto di volontà. Per questo molti dicono di non poter perdonare, perché sentono l’offesa ricevuta ancora presente nel cuore. Perdonare non significa pronunciare la parola magica del perdono  e magari aspettarsi un effetto istantaneo, anch’esso magico. Può essere facile pronunciare la parola perdono, ma ha poco valore se non c'è il cuore, se non è coinvolta tutta la persona. L’atto della volontà è necessario (come diceva sant’Agostino) ma non è sufficiente.
Il perdono ha due tappe: la prima, e forse la più importante, è il cambio di condotta davanti a chi ci ha offesi. Ma il perdono dipende da un'azione umana o da un'azione divina? Entrambe sono indispensabili ed ognuna apporta il proprio contributo. È chiaro che, nel perdonare, è indispensabile la risorsa dell'intelligenza, il cuore, la sensibilità, il buonsenso, altrimenti risulta un perdono artificioso. Ciò richiede una generosità tale che ci si deve rimettere a un'istanza superiore, a un Altro, a Dio per poterlo realizzare. La cosa naturale, ma certamente non cristiana, è il lasciarsi condurre e guidare dai sentimenti di vendetta e di disprezzo. Ricordando, ancora una volta, la Lettera Pastorale di Mons. Agostino del ’92, si può notare che, all’epoca come oggi, si deve scuotere le coscienze dei fedeli. Colpisce come mons. Agostino precisa nelle sanzioni ai mafiosi: "Tali soggetti non siano ammessi ai sacramenti dell' Eucaristia e del Matrimonio, se non sono interiormente pentiti. Dovranno manifestare cio' nella richiesta sincera dei sacramenti e nell' accettazione di una particolare preparazione; non siano ammessi a fare da padrini, a far parte di comitati di feste o a compiere gesti impegnativi nella vita della chiesa". È chiaro che perdonare non significa dimenticare il torto subito. Spesso sentiamo dire: «Va bene, dimentichiamo, voltiamo pagina, perdoniamoci… ». In questo caso non si avrebbe niente da perdonare.
Esercitare il perdono esige invece una buona memoria e una coscienza lucida dell'offesa. Anzi, alcuni suggeriscono di ricordare, anche dettagliatamente, il torto ricevuto per poterci liberare delle ferite che esso può aver provocato. In effetti, se si giunge a perdonare un’offesa ciò significa che il suo ricordo non ci causa più sofferenza ma sarà un ricordo come un altro che contribuirà ad acquistare maggiore saggezza. Il perdono non è dimenticare le colpe del passato, ma un dilatarsi del cuore in uno scambio di vita. Mi piace ricordare che, sempre in quella famosa Lettera pastorale, l’autorevole Vescovo Giuseppe Agostino scrisse: "Non si tratta di creare eroi singoli ma di maturare una coscienza nuova comunitaria onde non sia la paura di molti ad incoraggiare il sopruso di pochi, ma, al contrario, la forza di tutti ad emarginare la presunzione di alcuni. In fondo la mafia si afferma nella nostra debolezza. Superare l'omertà e uscire da quel demone che si esprime nel detto: mi faccio i fatti miei". Al contrario, Gesù ci dice di porgere ed offrire l’altra guancia ovvero di rompere la spirale della violenza. Tipico del cristiano, anche se costa tanto sforzo, è mantenere con la persona che ci ha offesi una attitudine cordiale. Questa condotta ci porterà ad un secondo momento, quello del perdono, la sanazione della offesa in modo da non sentire più dolore nell’animo. Il perdono non è opera nostra, ma di Dio e del tempo.
La cosa che fa più riflettere, in questi giorni di riflessione sul perdono ai mafiosi, e che quando l’Osservatore Romano, il giornale della Santa Sede, ha pubblicato la lettera pastorale dedicata ai problemi della mafia, dell’allora arcivescovo di Crotone Giuseppe Agostino, lo ha definito un documento deciso e coraggioso, che punta però non solo a condannare – ‘la chiesa punisca i mafiosi’ -  ma anche a redimere, a lanciare cioè una ciambella di salvataggio per quei mafiosi che, "sinceramente pentiti", cambiano radicalmente stile di vita, secondo gli insegnamenti cristiani. La mafia, ammonisce la lettera pastorale, non si vince con sterili "crociate" o con vuoti "proclami", ma con la trasformazione delle coscienze e dei cuori; in poche parole "con la conversione". Ecco perchè, ragiona il vescovo, è tempo che la Chiesa si liberi delle "vecchie rughe" in materia di evangelizzazione e la gente, con l' aiuto delle autorità, debelli definitivamente il tarlo dell'omertà. È chiaro che per un credente risuona nel cuore la Parola del Vangelo di Gesù che dice: “Sapete che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,38-41). Per questo perdonare non significa abdicare ai propri diritti.
[Salvatore Barresi]Fonte Area Locale.com