IL VERO SIGNIFICATO DELLA LITURGIA E LO STILE LITURGICO
Salviamo il vero significato della Liturgia: tutti gli orrori liturgici da evitare
Hai mai osservato come i fedeli si posizionano durante la celebrazione di una messa? I giovani e gli adolescenti si mettono tutti assieme, in gruppo: sembra sia peccato sedersi vicino a un anziano o mescolarsi con gli altri fedeli.
Alcuni invece hanno il loro posto fisso, come fosse una loro proprietà. E nessuno li muove da lì. Altri stanno in piedi, vicino alla porta d’ingresso, le braccia conserte. E non è che manchino i posti D’altra parte le panche si riempiono inesorabilmente a partire dal fondo, rimanendo vuote vicino all’altare.
Una semplice casualità? Non credo.
Osservazioni in fondo scontate come queste rivelano molte cose: fattori psicologici e tic individuali, ma soprattutto, ed è di questo che ti voglio parlare, rivelano dei problemi liturgici. Il modo in cui si posizionano durante la messa è un po’ il segno di come in tanti tra i fedeli non percepiscono più la dimensione comunitaria e solidale della liturgia eucaristica. Non siamo infatti a scuola o nel corso di una conferenza. Durante la liturgia tutti noi andiamo a formare un unico corpo: la messa, infatti, è il centro della vita della comunità dei fedeli. Nella messa abbiamo il culmine sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che noi uomini rendiamo a Dio, adorandolo per mezzo di Cristo nello Spirito Santo.
Stare sulla porta o stare comunque ai margini della messa non sono altro che segni di uno scollamento fra ciò che la Vera Liturgia dovrebbe esprimere e significare e ciò che molti fedeli percepiscono.
Lo stile liturgico non è cabaret: cantare “tu scendi dalle stelle” alla Veglia pasquale?
Prendiamo un altro esempio: il canto durante le celebrazioni è spesso diventato animazione musicale, un elemento caratterizzato da bizzarrie ed eccessi che rischiano di impoverire il rito liturgico e renderlo inadeguato e indegno. La buona volontà non basta. Servono competenze di stile liturgico e preparazione perché quel canto non è cabaret o animazione, ma è preghiera ed è preghiera per Dio.
La musica che si suona non è un semplice riempitivo, ma preghiera. Per questo servono competenze e attenzione: ad ogni momento della liturgia il suo canto. Ad ogni momento del calendario liturgico, il suo canto adeguato.
Come si può, tanto per citare un caso a cui mi è capitato di assistere, intonare un canto dedicato alla Madonna per dare rilievo al mistero eucaristico? Sarebbe un po’ come cantare “Tu scendi dalle stelle” a Pasqua…
Lo stile liturgico non è spettacolo: le tentazioni dell’apparire e della vanità personale
Restiamo sul tema. Battere le mani durante la messa per sottolineare il ritmo musicale non è innovazione liturgica. Semplicemente, è qualcosa che non ha alcun significato a livello di stile liturgico, ma che comporta un rischio: quello di trasformare le nostre messe in spettacoli superficiali e fantasiosi che portano a un coinvolgimento puramente esteriore dei fedeli.
Purtroppo questo è un riflesso della nostra società in cui troppe volte la vita viene trasformata in spettacolo e in pura esteriorità. Tutto viene esibito sopra ad un palcoscenico, anche i sentimenti più personali. Ed è per questo che facciamo fatica a entrare in contatto con noi stessi e a scendere nel nostro intimo più spirituale.
Possedere uno stile liturgico appropriato significa, per un sacerdote, opporsi a queste derive: i sacerdoti che possiedono la consapevolezza di che cos’è uno stile liturgico degno contrappongo al chiasso vacuo il silenzio del raccoglimento.
Al vociare di un esibizione canora contrappongono la preziosità di un canto che si fa preghiera. Alla fretta figlia del vuoto formalismo, che porta a dire “facciamo presto con la messa” oppongono la calma della riflessione e dell’amore per la sacralità del rito liturgico. Perché la Vera Liturgia è il luogo in cui l'uomo si oppone al mondo superficiale, individualista ed effimero che ci circonda.
Lo stile liturgico non è il circo: un elenco di assurdità e di orrori liturgici
La celebrazione di una messa richiede uno stile liturgico solenne e rispettoso della sacralità di Dio. E alcune volte sono gli stessi sacerdoti a dimenticarsene.
Dalle bandiere della pace esposte in chiesa qualche anno fa, ai paramenti sacri molto poco solenni: è capitato anche di vedere casule fuori da ogni norma liturgica, casule troppo colorate più adatte al carnevale che alla messa. Guadale bene.
Chiedo la tua opinione: secondo te, sono paramenti sacri solenni oppure vesti che ricordano gli abiti di Arlecchino? Per non dire dei crocefissi posti lateralmente rispetto all’altare…
Se un sacerdote è il primo a non riuscire a mantenere quel senso di sacro necessario davanti alla presenza di Dio, se è il primo a non rispettare la Maestà divina che travalica enormemente la nostra piccolezza con la sua grandezza e la sua santità, come possiamo pretendere dai fedeli un atteggiamento diverso?
Il vero significato della liturgia: affrontiamo il problema della correttezza liturgica
“Mosè, non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!” Così recita l’Esodo.
La nostre chiese non sono posti dove ogni tanto, curiosamente e quasi per caso, si compiono atti sacri, ma sono luoghi sacri, per la presenza divina che le ricopre e per l’unzione che ne ha consacrato l’altare e le pareti.
E la celebrazione liturgica non rappresenta affatto il momento in cui dare libero sfogo ai propri impulsi repressi di creatività, mettendosi a sperimentare qualsiasi innovazione passi per la mente.
Nessuno é padrone dello stile liturgico.
La liturgia appartiene solo alla Chiesa e ogni stravaganza va evitata con cura, mettendo da parte improvvisazioni che portano solo a un estetismo superficiale e vacuo. Se vuoi essere un sacerdote degno, devi curare con attenzione il decoro della celebrazione liturgica.
Uno stile liturgico degno: coltiva il tesoro della tradizione e una fede sempre immutata
Il Concilio Vaticano II ha certamente portato delle novità importanti per adattare, attraverso la liturgia, i compiti della missione apostolica della Chiesa. Purtroppo però le novità introdotte dal Concilio non sempre sono state capite o ben interpretate.
Talvolta, certamente non per responsabilità dei padri conciliari, alcuni operatori liturgici e alcuni sacerdoti hanno ecceduto in creatività.
Molti ovviamente si sono mossi in buona fede e con buona volontà, ma non hanno capito che innovare non è per forza sinonimo di migliorare: «le cose nuove» vanno adottate con prudenza, conservando «le cose vecchie» cioè il deposito della tradizione, come recita d’altra parte il Messale Romano.
E adottare le cose nuove con prudenza significa anche questo: fare attenzione e scegliere con discernimento, perché alcune delle cose nuove non sono altro che i frutti marci della mentalità materialista dei nostri giorni, in cui un mondo scristianizzato ignora il significato della liturgia perché non ne riesce più a capire il simbolismo profondo e sacro.
E non facciamoci ingannare da questa mentalità scristianizzata neppure quando si traveste da progressismo cattolico o da comodo pauperismo: vuole sacrificare la sacralità e la solennità dello stile liturgico non sull’altare di un presunto Dio dei poveri, ma su quello, ben più triste, del disinteresse, dell’individualismo e del profitto.
Consigli per uno stile liturgico degno: decoro e nobile semplicità
Il sacerdote consapevole e conscio del suo ruolo, quindi, è un sacerdote consapevole essenzialmente di questo: che i suoi gesti e il suo atteggiamento, i suoi paramenti sacri e il suo stile liturgico devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e per nobile semplicità.
Il sacerdote deve operare per far sì che si colga il pieno, vivo ed eterno significato della celebrazione liturgica, contribuendo così al bene spirituale comune del popolo di Dio. Per questo ogni arbitrio o ogni bizzarria sono esclusi. Perché nel migliore dei casi sono inutili e distraggono l’attenzione da ciò che più conta, nel peggiore sono i servi dell’idolo dei nostri giorni: l’individualismo e il materialismo che rigettano il sacro e il divino.
Questa è la strada che un sacerdote che vuol essere degno servo di Dio deve percorrere: deve crearsi e possedere uno stile liturgico degno e solenne. Uno stile liturgico decoroso e ispirato alla nobile semplicità.
Incontro sempre più sacerdoti che la pensano in questo modo: sacerdoti che non ne possono più di certi orrori e certe bizzarrie, sacerdoti che hanno fatto del proprio stile liturgico non un elemento di vanità personale, ma un modo per rendere gloria alla magnificenza di Dio.
E tu cosa ne pensi? Secondo te quanto di quello che vediamo in giro rientra tra gli orrori liturgici? Rispondimi pure: sono molto curioso di sentire la tua opinione.
Vincenzo Busco






Certamente la ventata nuova del Concilio, come per ogni cosa, ha portato non solo ad una riforma ma anche a delle evidenti bizzarrie che sono sotto agli occhi di molti. D’alta parte, pur non giustificandole, perché credo anch’io che la liturgia sia della Chiesa e non del singolo, quando una cosa è costretta in delle regole per lungo tempo appena si apre uno spiraglio il risultato è proprio quello del “liberalismo”. Con questo non voglio ovviamente tacciare la liturgia cosidetta preconciliare di rigidismo, perché va detto che ogni epoca ha la sua sensibilità liturgica, supportata da una diversa teologia ed ecclesiologia. Concordo comunque con il dire che spesso la riforma è stata incompresa tanto da portare a stranezze. Dall’altra parte però vorrei sottolineare il fatto che la nostra liturgia, cosa che la religiosità popolare ha mantenuto, ha perso o sminuito molti linguaggi simbolici suoi propri e questo ci può portare a dire, appena vediamo qualcosa fuori dalla rubrica, che si vede area di progresso o di abuso. Ad esempio il battere le mani non è sinonimo di progresso o abuso, né tanto meno di incapacità di pregare attraverso il canto. Infatti, la liturgia in Africa non può essere pensata senza battito di mani o di percussione che tengono un ritmo che ti coinvolge (anche questa è partecipazione), come d’altronde una celebrazione italiana non può essere pensata senza il sacro silenzio. Sono due sensibilità diverse che hanno bisogno di due linguaggi diversi, pur appartenendo entrambe alla stessa liturgia romana. Questo per dire che il problema non si gioca sull’abuso/progresso o sul rubricismo/rigidismo ma su comprendere la liturgia non solo come azione di Dio ma anche come azione dell’uomo. Per questo a mio avviso si rende necessaria una riappropriazione dei linguaggi umani per accedere a quell’esperienza sacra la quale non può essere fatta se non passando per l’uomo, per il suo corpo, per la sua sensibilità. Sensibilità questa che va dal rimanere affascinati difronte ad una liturgia magnifica, all’essere travolti in prima persona da codici simbolici che coinvolgono tutto il corpo.
Gentile don Francesco,
la sua è un’analisi perfetta di quanto ho cercato di sintetizzare nel mio post. Senza irrigidirsi nel tradizionalismo, bisogna conservare le peculiarità del rito.
Altrimenti, non hanno senso i piagnistei di coloro che vedono le chiese vuote o i fedeli non attenti : la Liturgia è sacra, della Chiesa non dell’uomo.
Quando ci accorgeremo che stiamo rendendo tutto relativo e soggettivo al gusto personale, nulla avrà più valore.
Caro Don ho letto il suo intervento credo che alcune delle cose che lei esprime siano giuste ma che vadano secondo me integrate con lo sviluppo del mondo e del tempo…celebrare in modo arcaico la messa ha avuto e sta avendo purtroppo risvolti penosi…infatti parroci affine a lei si ritrovano a dir messa con pochissime persone e hanno fatto purtroppo ” morire” la parrocchia…secondo me c’è un modo e un tempo per ogni cosa…parroci anziani con menti anziane dovrebbero ritirarsi e lasciare spazio a preti giovani con voglia di fare “chiesa” non intesa come struttura ma come unione comune..
Ciao Marco,
sono lieto di leggerti. Non sono un sacerdote, bensì un semplice fedele e fondatore di Progetto Liturgico.
In verità non faccio riferimento alla necessità di celebrare il Rito antico, che in ogni caso non fa allontanare i fedeli ( per lo meno nella misura in cui il ripristino dello stesso stia “incuriosendo” molte persone). Si può e si deve però celebrare il Rito Ordinario postconciliare in modo degno.
La sciatteria dei paramenti, degli arredi e certo modernismo di facciata stanno svilendo la Liturgia.
Qui ti do ragione ! : i fedeli abbandonano il rito, ma perché esso non ha più nulla di Divino. Meglio restarsene a casa a pregare…
La Liturgia ha una dimensione di bellezza divina che noi abbiamo distrutto. Il nostro falso moralismo ci porta a predicare la povertà nel rito, ma stando sempre attenti a scegliere il meglio per noi!
Le parrocchie “moriranno” ancora, non per la Bellezza che taluni cercano di difendere, ma per la sciatteria che tutti predicano.
Con stima,
Vincenzo
Non è, a mio parere, il concilio vaticano ad aver aperto a questo tipo di sciatteria, ma sono i sacerdoti sessi che si sono autoaperti a queste manifestazioni dato che loro stessi in primis non credono alla loro dignità.
Perché non credono alla loro dignità?
Secondo me vi è un concorso di colpa: i fedeli non ritengono più un sacerdote degno di essere riconosciuto tale, ed i sacerdoti non insegnano e spiegano più l’importanza di ciò che Dio li ha fatti essere.
Non vi è più la fede in Dio, e se manca la fede in Dio non vi può essere la fede nella Chiesa, e noi che siamo l’ecclesia, staccandoci da essa, togliamo la linfa vitale: tutto questo però ha un limite perchè: “non prevalebunt”, ci insegnò Nostro Signore.
Continuiamo nella fede noi, che almeno ci crediamo e sommessamente e con pieno rispetto, cerchiamo di far capire nuovamente ai sacerdoti chi essi siano e quanto bisogno abbiamo di loro, come ne abbiamo di una sana e buona liturgia ben celebrata.
Caro Denis,
la tua analisi è lucida e colpisce nel segno.
Avendo chiaro il problema e consapevoli del “non prevalebunt”, impegniamoci a mantenere la barra dritta duramte la tempesta. Ognuno per quel che può. Ognuno in quel che fa.
A presto!
Vincenzo