I PARAMENTI SACRI ED IL SENSO DELLA LITURGIA

Come ritrovare il senso autentico della liturgia

orrori liturgici

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,20)

Queste parole evangeliche, se interpretate in maniera superficiale, creano grandi equivoci sul senso più autentico della liturgia, sul significato del radunarsi in preghiera e sulle condizioni della presenza di Cristo nella comunità cristiana.

Molti, anche in buona fede, credono che basti una vaga volontà individuale e l’unione spontanea di due o più nel nome di Cristo per assicurare comunque la Sua presenza: in questo modo, si pensa di sostituire la liturgia della Chiesa, che viene quindi vissuta come un’inutile complicazione e un’indebita imposizione che va in contrasto con la semplicità evangelica contenuta nelle parole del Signore. In certi casi, addirittura, si arriva a preferire la via della spontaneità e dell’immediatezza: in fondo, si dice, è l’intenzione che conta.

L’idolatria della spontaneità: un’orizzonte affascinante ma ingannevole

Insomma, secondo alcuni, proprio la spontaneità e l’assenza di regole e di norme liturgiche rappresenterebbe la garanzia più sicura e più autentica della preghiera. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è qualcosa che creiamo o ci inventiamo noi, ma è la la sorgente della nostra vita e della nostra fede.

In questa situazione i fedeli corrono un grande rischio: quello di non avere più un incontro consapevole con la forma liturgica e spirituale della Chiesa e di ricevere soltanto stimoli emotivi e superficiali, meri surrogati della vera fede e della vera strada verso Cristo.

Nella liturgia è Dio che incontra l’uomo: essa non è fatta dall’uomo, altrimenti sarebbe idolatria, ma è divina, come ci ricorda anche il Concilio Vaticano II.

Il culto della spontaneità diventa idolatria, proprio perché propone un’orizzonte tanto affascinante e seducente, quanto ingannevole e sbagliato. Infatti, come ci ricorda papa Benedetto XVI, in questo modo la conseguenza non può che essere una:

“non è la Chiesa a precedere il gruppo, ma il gruppo la Chiesa. Non è la liturgia della Chiesa come realtà d’insieme a sostenere la liturgia del singolo gruppo o della singola comunità, bensì il gruppo è esso stesso il luogo dove di volta in volta nasce la liturgia. La liturgia pertanto non si sviluppa neanche partendo da un modello comune prestabilito, da un ‘rito’ (che ora come ‘programma codificato’ assume l’immagine negativa della mancanza di libertà); essa nasce sul posto della creatività di quanti sono riuniti”. (J. Ratzinger, Opera omnia, XI, pp.605-607)

La messa travestita da carnevale: tutti gli orrori liturgici

carnevale liturgia

In questo modo, isolando i versi evangelici di Matteo, si producono le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi, prive di quel senso del sacro che è fondamentale per il giusto culto a Dio: orrori liturgici, messe celebrate in qualsiasi luogo, casule multicolor più adatte al carnevale che alla solennità del rito eucaristico, paramenti sacri sciatti e per nulla solenni, sacerdoti in ciabatte e crocefissi sostituiti da pezzi di legno raccolti sulle rive di un fiume. Tutto questo per amore della novità, per affermare la propria personale interpretazione del culto e per manifestare la libertà creativa individuale.
In realtà, dietro a tutto questo si nasconde qualcosa di scandaloso: l’abbassamento di Dio alle nostre dimensioni, arrivando di fatto a servirsi di Dio secondo il proprio capriccio e finendo per mettersi sopra di Lui.

Questo è il frutto perverso di un modo di considerare il culto e la liturgia che nulla ha di religioso: l’origine di questo modo di pensare la liturgia come un fatto 'privato' nel quale è protagonista l’uomo è la triste conseguenza della cultura relativista dei nostri tempi che ha preteso e pretende di impostare la vita dell’uomo senza Dio, relegando il vissuto religioso nell'intimo delle coscienze, considerandolo un "fatto privato” che non deve disturbare. E meglio ancora se diventa innocuo.

Ma questa mentalità, invece di essere un elemento di progresso e di civiltà, come viene proposto da chi non ha fede in Dio, fa retrocedere l'uomo indietro di millenni.

Rivalutare la liturgia per ridare a Dio il posto che gli spetta nel mondo

Benedetto XVI

Partiamo da una domanda solo apparentemente banale. Perché l’uomo si prende “cura di Dio”? Perché, in altri termini, esistono il culto e la liturgia? L’uomo si prende “cura di Dio” con atti di adorazione perché si sente dipendente da lui. In questo modo viene resa Giustizia a Dio e si proclama la verità sia su Dio sia sull’uomo. L'uomo di fede non si considera il protagonista assoluto del mondo, ma ha continuamente coscienza di esser stato creato, di essere contingente, fallibile, povero ed imperfetto nel suo essere. L’uomo di fede ha sempre chiaro che lui è bisognoso di tutto. Ed è proprio in Dio che riconosce il suo creatore, essenzialmente superiore a lui, dal quale dipende in tutto.

Quindi, noi uomini da una parte possediamo un senso di giustizia e riconoscenza verso Dio, dall'altra riconosciamo i nostri limiti che ci spingono a rivolgersi a Dio affinché ci sorregga e ci aiuti.

La Chiesa, attraverso le norme liturgiche e l’istituzione di una liturgia solenne, non fa altro che ricordare a tutti noi qual è il nostro dovere di uomini, evidenziando il modo migliore e la strada più giusta per realizzare il nostro dovere.

La rivalutazione del rito, della gestualità, delle cerimonie, che non sono soltanto atteggiamenti esteriori e superficiali ma esprimono l'interiorità dell'essere umano, è il percorso che ogni sacerdote consapevole e degno deve compiere. Anche in contrasto con il pensiero superficiale e relativista che lo circonda. Anzi, soprattutto in contrasto con questo tipo di pensiero.

Cosa puoi fare, tu, sacerdote, per ritrovare il senso autentico della liturgia

Benedetto XVI si rivestiva di simboli liturgici e di tutta la solennità della tradizione della Chiesa. Era narcisismo, come molti commentatori laici ed atei andavano affermando sapendo ben poco della fede cristiana?

Tutt’altro. Era proprio l’esatto contrario.

Benedetto XVI, rivestendosi di paramenti sacri solenni, mostrava a tutti la via per ritrovare il senso autentico della liturgia: mostrava a tutti che lui non apparteneva più a se stesso, né tanto meno al mondo. Era di Cristo, era l’“alter Christus”, come deve essere ogni sacerdote nella liturgia.

Indossando i paramenti sacri solenni tu, come sacerdote, ti spogli della tua individualità e prepari il posto a qualcun altro: a Dio e a Cristo, al Creatore e Re dell’Universo. Ecco perché usare paramenti sacri sciatti e “poveri”, impoverendo la maestosità del paramento stesso significa, inevitabilmente, impoverire Cristo. Non c’è nulla di glorioso nello spogliarsi della solennità dei paramenti sacri, magari usando come scusa quella dei poveri.

Ricorda l’episodio della donna di Betania nel Vangelo di Giovanni: è proprio Gesù ad aver insegnato ai suoi discepoli e alla sua Chiesa a separare la povertà personale dalla liturgia.
“Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei” (Giovanni 12, 3-5).

Esprimi il senso autentico della liturgia attraverso i paramenti sacri solenni

Se è chiaro che la crisi della liturgia ha per base una concezione troppo centrale dell’uomo e che per superarla è sbagliato banalizzarla e trasformarla in una semplice riunione o in un incontro fraterno, come uscire da questi disorientamenti e ritrovare la vera via?

Come ci ricorda la magistrale lezione di Benedetto XVI, teologia della liturgia significa anche che nella liturgia Dio stesso ci parla e non si limita a parlare, ma viene con il suo corpo, la sua anima, la sua carne, il suo sangue, la sua divinità, la sua umanità per unirci a Lui, per fare di noi "un solo corpo".

“Non più io vivo, ma è Cristo che vive in me”, afferma anche san Paolo. Il culto a Dio in "spirito e verità" viene dunque veicolato anche attraverso la dimensione visibile del corpo. D’altra parte, tu, come sacerdote e come tutti gli uomini, sei fatto di una parte spirituale e parte sensibile: hai una dimensione visibile ed una interiore. Il corpo è il primo e fondamentale strumento di cui l'anima ha bisogno, per esprimersi ed entrare in comunicazione con l’altro.

Ecco allora perché gli abusi e gli orrori liturgici dettati dal falso pauperismo sono intollerabili: non tanto per questioni estetiche, ma perché il culto che dobbiamo a Dio dev’essere pubblico, comunitario e deve esprimersi anche attraverso segni visibili.

Ecco allora perché, per essere un sacerdote degno della sua missione e del suo compito, devi rivalutare l’importanza del rito e della gestualità, indossando paramenti sacri solenni.

Per mostrare a tutti, e ai tuoi fedeli in primis, il senso autentico della liturgia come vita sacra: per servire Colui che è il vero soggetto della liturgia, Gesù Cristo, rimettendo al centro la natura squisitamente divina della liturgia, che è un affacciarsi del Cielo sulla terra e che, pertanto, ne deve richiamare la bellezza, la maestà e la gloria.

Tu, come sacerdote, nella sacralità dei paramenti sacri, come vuoi comportarti? Rimanere un uomo comune mettendo al centro la tua individualità o spogliarti per ritrovarti e rivestirti di Cristo?

firma

Vincenzo Busco