La diocesi contro Vasco Rossi : “Inganna i più giovani”
Droghe e libertà di coscienza, duro commento sull'inserto bolognese dell'Avvenire: "Utilizza il suo piedistallo per lanciare messaggi ingannevoli".
DI MARCO CONTINI
Non poteva finire altrimenti. La recente “campagna” di Vasco Rossi, che forte del suo straordinario seguito ha deciso di impegnarsi in una battaglia pubblica anti-proibizionista e libertaria, era fatalmente destinata a scontrarsi con le gerarchie ecclesiastiche. E così è stato. Su Bologna Sette, il supplemento domenicale pubblicato dal quotidiano della Cei Avvenire, la diocesi di Bologna prende le distanze dal rocker di Zocca e lancia un severo avvertimento: “Complice il piedistallo della celebrità”, il Blasco “inganna i più giovani”.
Pietra dello scandalo sono le dichiarazioni del “komandante” su due temi scottanti: le droghe (o meglio, la necessità di affrontare diversamente il consumo di droghe pesanti e droghe leggere), e la libertà di decidere se e come curarsi davanti a una malattia grave. Nei suoi frequenti post su Facebook, nelle ultime settimane, Vasco Rossi ha espresso in maniera netta quel che pensa. Sulle droghe, ha attaccato duramente chi – come il sottosegretario Giovanardi, ormai diventato il suo bersaglio preferito – non sa e non vuole distinguere, ritenendo che l’uso della marijuana vada sanzionato al pari del consumo di eroina. E sul modo di affrontare il cancro, alla luce delle incessanti speculazioni sul suo
stato di salute dopo il ricovero in una clinica bolognese: “Non ho un cancro – ha scritto il rocker -. Ma se lo fosse stato, non mi sarei fatto curare. Sarei andato ai Caraibi, e mi sarei affidato agli antidolorifici, perché non voglio soffrire”.
Atteso qualche giorno, ecco il commento della diocesi bolognese. Sotto al titolo “Anche i guru steccano”, Bologna Sette commenta: “Il Blasco in tema di libertà di opinione ha gli stessi diritti della gente comune, ma anche un osannato 'rocker' non può essere esentato dai limiti dettati dal bene comune. Immaginate cosa succederebbe se una persona normale scrivesse su Facebook che uccidersi è legittimo sia dal punto di vista del diritto che della morale. Il buon senso ci spingerebbe subito a commentare che questa istigazione strisciante, alla luce del bene comune, è inaccettabile. Se invece ad affermarlo è una star, le sue parole diventano subito la verità, oro colato, il bene rifugio dei media e dei social network”. E ancora: “Qualcuno replicherà che dire, come ha fatto Vasco, che 'non è mai morto nessuno a causa di uso e abuso di marijuana’ non è istigazione al suicidio. Altri, di fronte alle dichiarazioni del Blasco a proposito della sua salute ('se era cancro non mi sarei curato. Antidolorifici e Caraibi, ecco quello che avrei fatto. Perchè non voglio soffrire, voglio morire allegro’) faranno spallucce: e diranno 'che male c'è?'. E invece il male c'è. Eccome".
"Perché - sostiene ancora il settimanale - complice il piedistallo della celebrità, si ingannano i più giovani e i più fragili illudendoli che le sostanze non fanno male. Mentre invece portano, e lo sappiamo tutti, se non all'immediato suicidio fisico a quello strisciante e drammatico dell'io. E il male in questa storia c'è anche quando si derubrica la sofferenza ad un'allegra vacanza ai Caraibi. Alla faccia di chi, e a Bologna sono tanti, non può neanche permettersi il lusso di pagare il ticket per gli antidolorifici.”
Parole pesanti, che faranno discutere. Perché se la curia bolognese mette il dito su una questione reale, segnalando che un uomo come Vasco Rossi, col suo seguito, ha una responsabilità sociale, l’argomento è facilmente ribaltabile. Il paese è pieno di gente che sostiene le politiche anti-proibizioniste. E anche di individui che pensano – in perfetta buona fede – che se avessero una malattia terminale preferirebbero l'oblio, anziché sperare in una cura incerta e dolorosa. Sono persone che le loro opinioni le esprimono ad alta voce, su Facebook o dove possono. E a cui nessuno, meno che mai l’Avvenire, contesta il diritto di esprimersi. Forse, solo perché non sono famose.
Fonte La Repubblica


