Bari, l’Exultet dell’anno Mille
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| La versione del preconio scritta a Bari |
Fede, potere, natura e lavoro nel più antico documento
si presenta lo studio di Giuseppe Micunco edito da Stilo
La versione del preconio scritta a Bari
Felice Blasi
26 aprile 2011
C’è una celebrazione della natura, della femminilità, del lavoro, al centro di uno dei più antichi documenti della cultura barese, iconografica, letteraria e musicale insieme. È l’inno, tecnicamente noto come preconio o Exultet, che per secoli la liturgia cattolica ha collocato all’inizio della veglia pasquale, affidandolo al canto del diacono, e che tuttora, dopo la semplificazione postconciliare dei riti pasquali e senza le melodie gregoriane, annuncia la resurrezione di Cristo, invitando all’esultanza tutte le creature. Esiste una versione del preconio scritta a Bari nei primi anni dell’XI secolo su un prezioso rotolo di pergamena di oltre cinque metri, conservato in Cattedrale ed esposto nel Museo diocesano, che si discosta in molte parti dal testo canonico del messale romano: per questo molti studiosi l’hanno sempre considerato «opera autentica di baresi, tanto per la scrittura quanto per la miniatura», scriveva un famoso storico della cultura barese, Francesco Babudri (1879-1963), e come «la prima espressione poetica pugliese» (Emanuele Avitto). Giuseppe Micunco, che insegna latino e greco biblico all’Istituto superiore di scienze religiose «Odegitria» di Bari, ha ricostruito la storia di questo documento in Exultet I di Bari.
Parole e immagini alle origini della letteratura di Puglia (Stilo, Bari 2011, pp. 204, euro 20), riproducendolo integralmente e accompagnandolo da un rigoroso commento. L’originalità culturale starebbe innanzitutto in alcuni elementi tecnici, come la scrittura dei copisti benedettini che ha caratteri tipografici specifici e fa parlare di «Bari-type», nelle notazioni musicali, nelle decorazioni laterali influenzate dalla cultura iconografica bizantina, e nell’utilizzo di immagini uniche rispetto ad altri exultet dello stesso periodo, che hanno la caratteristica di essere state miniate in posizione capovolta rispetto alle righe del testo: è una specie di pellicola cinematografica medievale che il diacono leggeva e srotolava, facendo apparire dall’altra parte, di fronte ai fedeli presenti in chiesa, le immagini che spiegavano il complicato testo latino. Sono i contenuti di queste immagini che fanno dire a Micunco: «altro che Medioevo oscurantista, qui siamo in pieno umanesimo». C’è una concentrazione di simboli in queste figure che è la stessa dei tarocchi medievali. L’invocazione alla gioia della madre terra, per esempio, rappresentata con un vestito a fiori e un turbante simile ad un cespuglio, mentre afferra due palme, con un capretto e un cinghiale a destra, un ariete e un cane a sinistra, va all’origine della Pasqua, da sempre celebrata in primavera: è la rinascita della natura che rimanda alla Demetra dei greci, dea dei cereali, la cui figlia Persèfone, rapita da Ade negli inferi, torna alla luce in primavera, trasfigurazione mitologica del seme che va sotto terra e risorge in forma di grano.
Ma dell’exultet barese è davvero originale, perché non compare in nessun altro caso con la stessa lunghezza, la scena delle api, un piccolo romanzo in parole e immagini. Le api sono di solito richiamate perché artefici della materia del cero pasquale. Nel caso barese però la loro lode diventa occasione di celebrazione del lavoro dell’uomo e della vita associata per il bene comune. Qui, sotto due palme, le stesse forse dell’altra scena ricordata, si raccolgono a sinistra i piccoli a cui le madri portano con la bocca il miele appena succhiato da un’arborescenza fiorita; a destra, sotto l’altra palma, un ragazzo fa cadere le api in una cesta mentre un personaggio più anziano, al centro, trasporta sulle spalle il carico di cera. Un terzo giovane personaggio, sotto la prima palma, costruisce con un coltello un’arnia destinata a raccogliere le api. È nell’«opus commune» di Cicerone del De officiis, «come gli sciami delle api sono per natura portati a radunarsi, così gli uomini, riuniti con vincoli socievoli, lavorano per il bene della società», o nel «fervit opus» di Virgilio delle Georgiche, «ferve il lavoro e profumano, fragranti di timo, i favi di miele», l’umanesimo all’origine della letteratura barese.
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