Gli effetti devastanti degli artisti dilettanti nelle chiese
A un anno circa di distanza dalla realizzazione dell'Evangeliario Ambrosiano, commissionato dall'allora arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, è possibile trarre alcune riflessioni sull'arte sacra oggi. Malgrado grande attenzione le sia stata riservata da Paolo VI, da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, pochi sono i casi riusciti che si stagliano su una drammatica mediocrità. Quando, infatti, guardiamo quanto è stato realizzato in Italia nel secolo appena passato, il quadro appare desolante, soprattutto in questi ultimi decenni. Siamo troppo spesso circondati da chiese prive di dignità, invase da arredi liturgici sciatti e trascurati e decorate da improbabili immagini sacre. Quando poi entriamo in chiese antiche, assistiamo sconfortati a sciagurati interventi di pur necessari adeguamenti liturgici, capaci di distruggere la bellezza di spazi straordinari. Che cosa si sta facendo per arginare questo fenomeno distruttore? Ben poco.
Il ruolo di committenza ecclesiastica deve essere ripensato. Il caso dell'Evangeliario - di cui si è parlato a Bologna in occasione di Arte Libro, sabato 22 settembre in una tavola rotonda promossa da Inside Art, in collaborazione con la Raccolta Lercaro - è stato a questo riguardo fondamentale per avere attuato alcune scelte importanti, al di là del risultato certamente perfettibile. Le riassumiamo in alcuni punti.
La formazione di un'équipe, coordinata da una regìa consapevole dell'importanza dell'opera. Sono stati chiamati diversi professionisti in grado di rispondere alle problematiche relative alla sua creazione: da un architetto, per la grafica e gli innumerevoli aspetti tecnici, al liturgista, dai critici d'arte contemporanea agli storici d'arte antica, da biblisti a teologi…
Sono stati invitati autori di livello internazionale, insieme a due giovani emergenti, non in quanto super-star, ma perché ritenuti in grado di dire oggi qualcosa di significativo. La loro scelta non è stata casuale. Infatti, nella maggior parte dei casi, si coinvolgono persone "amiche", che per lo più si dedicano all'arte come hobby, con risultati del tutto prevedibili. Che la scelta ricada generalmente su dilettanti è una vera e propria piaga. In Italia, in questi anni, è stata infatti promossa un'arte "sacra" improvvisata, del "fai da te", parallela al mondo ufficiale dell'arte, con luoghi espositivi precisi, mostre, fiere, con un proprio fiorente mercato. Gli effetti sono stati devastanti.
Quando Paolo VI si rivolge al mondo dell'arte, pensa certamente ad artisti "veri" anche se, purtroppo, il suo appello è rimasto lettera morta. Per Paolo VI è in gioco il dialogo arte e fede. La Chiesa deve riprendere a dialogare con la cultura a lei contemporanea. È questa un'esigenza che esprime il modo con cui la Chiesa si pone in relazione col proprio tempo. A una Chiesa chiusa su se stessa, con le proprie certezze e verità, con il Concilio, si fa strada una Chiesa profetica che apre le proprie porte, cercando di rispondere agli interrogativi che emergono dalla cultura, dalla società. E per comunicare, occorre imparare i linguaggi del mondo in cui si vive, sapere ascoltare, dare risposte credibili. È in gioco il rapporto Chiesa-Mondo. Per l'Evangeliario, con la scelta di artisti "fuori dal ghetto", si è voluto accogliere la sfida dell'oggi. Si è intrapreso un dialogo da troppo tempo interrotto.
Spesso si dice che gli autori contemporanei sono "inavvicinabili", difficilmente in grado di accogliere istanze dall'esterno. Si contesta che la loro arte è troppo lontana dalle preoccupazioni della fede, che non sono credenti... In effetti, molta arte contemporanea appare vuota, superficiale e dissacrante. Tuttavia, molti artisti desiderano accostarsi ai grandi temi della tradizione cristiana. Di fatto, per l'Evangeliario, si è subito creato un clima di rispetto e di stima reciproci, un vero rapporto d'amicizia.
Il lavoro su commissione è certo complesso. Essere committente non implica essere esperti di tutto, ma sapere coordinare, riuscire a creare spazi in cui si individuano e si affrontano i problemi. Senza superficialità. Nella trasparenza delle scelte. Nella consapevolezza che non si affronta tanto un problema artistico, quanto piuttosto di inculturazione del vangelo nel mondo di oggi.
Fonte Avvenire


