Al Congresso Eucaristico irrompe la poetica di Avati “La fede è fondamentale”
L'intervento del regista
Dibattito sul "Tempo del lavoro e tempo della festa"
Ancona, 7 settembre 2011 - “L’ultimo quadrante è quello “dove si cominciano a intravvedere i titoli di coda e si prova una nostalgia diversa, nei riguardi della tua infanzia. Il massimo della nostalgia è il ritorno nella casa del Padre, che non è soltanto Dio, ma è tuo padre. Questo quadrante della vita dovrebbe essere riservato a tutti”. Intervenendo al Congresso Eucaristico Nazionale, in un dibattito sul 'Tempo del lavoro e tempo della festa', il grande regista cattolico Pupi Avati ha ripercorso i quattro quadranti della sua vita, dall’alto dei suoi 72 anni.
Dapprima vi è, ha ricordato, “una zona di potenzialità enorme, meravigliosa”. E’ il tempo dell’infanzia e della giovinezza, dove “la sera prima di addormentarsi si riesce a immaginare qualunque cosa”. Il secondo quadrante è quello abitato da chi sta salendo su una collina: “Durante la salita possiamo immaginare il paesaggio, ma non sappiamo come è veramente. E’ l’età di mezzo, delle somme e delle sottrazioni, dove si ama un sistema perché più si è inseriti in esso e più ci si sente riconosciuti”.
Arrivati in cima alla collina, nel terzo quadrante “comincia il rientro a casa: c’è il rifugio nel ricordo, la nostalgia per la giovinezza, non abbiamo più il coraggio di dire ‘per sempre’. Ecco perché è importante la fede - ha concluso - perché ci legittima a continuare a credere nel ‘per sempre’”.
A differenza della “carnevalizzazione della vita”, a cui si assiste ad esempio nei reality show televisivi, “nel gioco c’è una serietà che spesso ci sfugge”, ha rilevato invece nel suo intervento Francesco Giacchetta, filosofo, docente all’’Istituto teologico marchigiano, intervenuto anche lui alla quinta giornata del XXV Congresso Eucaristico per denunciare “la latitanza dell’adulto nei processi dell’educazione”. “Si può educare con il gioco, educando anche al gioco”, ha spiegato soffermandosi sul rapporto tra festa e gioco: “La liturgia condivide il gioco la gratuità, l’inutilità”.
Come affermava Mounier, ha detto il relatore citando il filosofo personalista, “Dio è l’inutilizzabile, amo Dio perchè è Dio, ed essere fatti per Dio è essere fatti per l’inutilizzabile”. Il gioco, dunque, come la liturgia “ci allontana dal quotidiano per avvicinarci all’agire gratuito, festivo di Dio”. Ad un certo punto, però, il gioco termina, anzi deve terminare: “Chi pensa che tutto sia gioco, confonde l’ultimo con il penultimo. Tutti noi credenti siamo in attesa”.
Ogni gioco, inoltre, ha le sue regole, “e la regola è qualcosa di stabile, non si può barare”, ha concluso il filosofo affermando che “è nel gioco che si insegna l’etica”. C’è poi il “carattere aleatorio” del gioco, che ci ricorda come “nella vita, soprattutto in questo tempo dove tutto porta alla meritocrazia, criterio comunque essenziale, non tutto può essere meritato: qualcosa avviene per grazia, è imperscrutabile”.
Fonte Il Resto del Carlino


