Corpus Domini, in duemila con monsignor Rabitti
Il rito solenne si è svolto nella basilica di Santa Maria in Vado, appositamente scelta per il miracolo eucaristico che ebbe luogo nel XII secolo. Successivamente i fedeli, in processione, hanno raggiunto la basilica di San Francesco.
Ferrara, 26 giugno 2011 - Un accorato messaggio di comunione fraterna e di impegno missionario è stato alla base della celebrazione del Corpus Domini svoltasi l’altra sera alla presenza di almeno duemila persone.
La festività, una delle principali della fede cristiana, si è articolata in due momenti, secondo le indicazioni dell’arcivescovo. Il rito solenne, presieduto dallo stesso monsignor Rabitti, si è svolto nella basilica di Santa Maria in Vado, appositamente scelta per il miracolo eucaristico che ebbe luogo nel XII secolo. Successivamente i fedeli, in processione, hanno raggiunto la non lontana basilica di San Francesco dove l’arcivescovo ha proposto un’omelia incentrata anzitutto sul collegamento tra i motivi della festività e la riflessione che ormai da un anno viene compiuta nelle chiese della Diocesi sul significato del pane secondo il “Padre nostro” che, ha ricordato, “E’ il Vangelo in sintesi”. Il pane, ha detto ancora l’arcivescovo, “dà la vita eterna, è la radice del nostro vivere”.
Rabitti ha poi concluso l’intervento con due messaggi. Il primo rappresenta “un’invocazione” affinchè Ferrara-Comacchio diventi una chiesa che “sa ringraziare” e che riprenda il suo cammino “con entusiasmo”, consapevole che “Il Signore è nel nostro cuore”. Abbattere l’apatia è dunque un impegno, possibile da assumere e da portare a termine grazie anche ad un laicato (Rabitti è molto attivo sul tema) sempre più coinvolto nella vita religiosa. Il secondo è stato un messaggio “di comunione” e dunque un invito a “volersi bene”, a “spendersi per il bene comune” e chiedersi cosa può fare ciascuno di noi per gli altri, per migliorare la società nella quale si vive. Una visione dunque ben diversa da quella cui spesso si assiste oggi: “Troppi corrono solo per la propria poltrona”.
Articolo di ALBERTO LAZZARINI tratto da Il resto del Carlino


