Ma di quale bellezza l’arte sacra si fa oggi portavoce?
Trovo assolutamente illuminante l'articolo di Andre dell'Asta, recentemente apparso sull'Avvenire .
Lo ripubblico poiché assolutamente attuale, alla luce di quel che vedo quotidianamente.
Ci pensavo proprio osservando la Pala del Vivarini custodita nella nostra Basilica di San Nicola a Bari, mentre mentalmente lo comparavo con tante ( ma non farò nomi e non dirò luoghi) "opere d'arte" presenti nelle chiese in cui giornalmente presto la mia opera.
Si tratta di un vero e proprio ribaltamento del punto di vista sul concetto di arte ed arte sacra nello specifico, estendibile certamente anche all'arredo ed ai paramenti liturgici.
Il relativismo e soggettivismo dei nostri tempi si sostituisce al concetto oggettivo di bellezza. La conseguenza è il bello come gusto personale ed in tempi di decadenza spirituale e materiale, perché il nostro tempo è certamente decadente, l'arte nelle sue manifestazioni, si presenta spesso come incomprensibile, brutta, scontata.
Si parla spesso oggi di esodo della Bellezza. In realtà si sottolinea una frattura radicale rispetto all'Antichità. Si ha una consapevolezza nuova del fatto che la realtà è segnata
dalla contraddizione, dalla dispersione, dal male, dalla frammentazione. L'estetica contemporanea pone al centro della sua riflessione la lacerazione, il dolore, la sofferenza. Il dramma tra uomo e uomo, tra sé e se stessi. Una vera e propria rivoluzione rispetto al passato. Cambiano le categorie per pensare la bellezza.
Come nelle Demoiselles d'Avignon di Picasso, in cui è introdotto il diverso, l'ambiguo, il brutto. La bellezza classica è messa in discussione. Il '900 si apre col Grido di Munch, la messa a nudo del dramma dell'uomo con l'Interpretazione dei sogni di Freud che rivela un mondo sotterraneo, messo in luce dai sogni dell'inconscio. Nietzsche proclama la morte di Dio, per tanti secoli compagno privilegiato di vita dell'uomo che ora si ritrova solo con stesso. Tutto il secolo sarà poi costellato da eventi di una drammaticità inaudita: dalla strage degli Armeni, alla Shoah… Cosa si intende per bellezza in questo contesto?
Nel mondo antico, il legame tra bellezza e divino è centrale.
È sufficiente pensare a Platone, al Convito, in cui la sfera estetica e quella etica sono strettamente unite, indissociabili. È la kalokagathìa, il bello e buono allo stesso tempo. La bellezza ha un fondamento ontologico, è l'espressione visibile del bene e il bene è la condizione metafisica della bellezza. Il bello è il termine ultimo del desiderio, dell'eros, il cui momento conclusivo è la bellezza in sé. La bellezza si rende visibile attraverso i principi di armonia, euritmia e proporzione. Si manifesta nella perfezione formale ed è inseparabile dalla verità e dalla bontà. Il rimando è di carattere cosmologico.
Pensiamo solo al Timeo di Platone, in cui il paradigma eterno determina la bellezza e la bontà del mondo sensibile. All'interno di una mimesi cosmica, il paradigma diventa principio, legge della natura a cui si converte ogni aspetto della vita intellettuale, morale ed estetica. La bellezza è lo splendore del vero. Tutto, nel mondo sensibile è mimesi, trascendenza nell'immanenza, affiorare del principio alla superficie del mondo. La bellezza si rivela come attraverso una danza nel firmamento celeste, la danza delle stelle. L'ordine cosmico diventa il modello della bellezza, della verità e della bontà in tutta la tradizione occidentale.
Nella sensibilità contemporanea, la bellezza nasce da un'esperienza profondamente umana. Il bello dischiude un orizzonte di senso che si apre sul mondo dell'uomo. Come un semplice paio di scarpe di Van Gogh, per riprendere il celebre esempio di Heidegger. Non affermano né dimostrano nulla. L'immagine rimanda alla sfera inesauribile del senso che si interroga sul nostro essere nel mondo. Il bello si articola nel suggerire un universo di significati, nel concentrare una maggiore densità di senso.
Tuttavia, la bellezza non è più un rimando di origine cosmico o divino, ma collettore di desideri e aspettative, è il luogo in cui una esperienza è comunicata. Nella sua capacità di dischiudere un universo, l'opera d'arte è in relazione a una molteplicità di significati, a stratificazioni di senso fatti di materia colorata, in cui l'invisibile, in tutta la sua complessità semantica, si rende visibile, riconfigurando le modalità con le quali siamo soliti vedere il mondo che ci circonda, per scoprirlo secondo dimensioni inedite e inaspettate.
Come in Bacon o in Rouault, le cui opere si concentrano sulle miserie e sull'oscurità del peccato, sulla tumultuosa vita dell'uomo. I suoi personaggi sono ritratti con spietato spirito caricaturale e grottesco. Al posto della bellezza classica, Rouault esplora il brutto, l'osceno. I suoi personaggi sono l'espressione di un'umanità malata, ottusa e benpensante. Dietro il loro aspetto esteriore, si nascondono ipocrisia e falsità, inconsistenza e vuoto. Con loro, sprofondiamo nei bassifondi e nelle periferie della storia. L'artista tratteggia tipi umani con feroce e sferzante introspezione psicologica. La "bellezza" diventa la capacità di esprimere il loro dramma, la loro verità più profonda, il loro disagio. In fondo, dice Rouault, tutti indossiamo maschere che nascondono un'incapacità di vivere. I suoi personaggi diventano simbolo della verità della condizione umana.
Tuttavia, una domanda si pone oggi per l'arte sacra contemporanea: di quale bellezza si fa portavoce, se è vero che è così tanto sconfessata, proprio in quei luoghi nei quali dovrebbe invece risplendere?



